«Con lingue di foco ei par che gridi». Giambattista Basile (1583 -1632)
Totalizzante, immediatamente riconoscibile, l’icona del vulcano Vesuvio domina lo spazio dell’opera, per essere l’immagine con ogni probabilità più amata da Marcello Iovino. Il vulcano maggiormente studiato del mondo appartiene ai soggetti privilegiati del suo percorso creativo: prontamente identificabile, imperante nell’interpretazione pop, si rappresenta nell’eccellenza universale del simbolo. Appartiene al patrimonio visivo quotidiano di Iovino, che ne conforma l’immagine a voce poetica nei riferimenti e nelle comuni passioni che egli concilia nelle alleanze con gli artisti del passato, da Joseph Wright of Derby e William Turner, come più recentemente Andy Warhol e l’evidente sua influenza su altri artisti.
Poco importa se il Vesuvio sia in quiescenza da circa la metà del secolo scorso, il vulcano di Iovino è sempre attivo. Forse, il segreto della vitalità presente in tutto il suo splendore risiede proprio nella poesia delle eruzioni.
La forma appare benigna, appartiene all’iconografia delle immagini partenopee e, dal magma interno che scaturisce, s’intuisce come per natura sia giocoso e soprattutto vitale. In piena attività, alimenta sullo sfondo di vivaci colori l’energia pura degli omini ripetuti di Keith Haring che entrano ed escono elasticamente dal cratere.
Quindi è il sopravvento dell’immaginario di Iovino quando volano con forza lapilli di cornetti scaramantici; quando celebra, fra magma ed esplosioni, l’esuberanza controllata di oggetti del quotidiano, i fascinosi reperti popolari, simboli della vita partenopea. Poi è la maschera di Pulcinella e la meraviglia di una materia minuta, di plastiche, smalti, metalli, lucenti pietrine, tutti celebrati nell’assetto formale della virulenta fumata vulcanica.
Accosta poi all’immagine alcuni versi della poesia napoletana stesi nella grafia personale, fornendo così un’intensità ulteriore, e non solo visiva, all’opera.
Iovino, con un balzo nei secoli, recupera la nostra cultura che pone l’avvio nell’iconografia classica della Tomba del Tuffatore di Paestum : sposta l’elegante volo nello spazio dell’eternità che ci appartiene, verso la profondità infinita del Vesuvio.
Dipinge, ancora, tra le rappresentazioni popolari del culto, un Cuore cinto di spine. Appartiene alla sacralità, dove domina la carica del sentimento propria dell’iconografia della reliquia, e propaga la sua verità nell’immagine evocativa del Sacro Amore.
Maria Lucia Ferraguti
Vicenza, aprile 2024